L’arco patrimoniale

E’ sempre più chiaro che il contrasto politico attuale si traduce, dal punto di vista economico, nell’essere a favore di un’imposta patrimoniale, come elemento portante di un nuovo consociativismo, o nell’applicare le ricette di economia di libero mercato orientata alla crescita, suggerite dall’Unione europea, in cui le misure eventuali di finanza straordinaria riguardano non la privatizzazione del debito pubblico, a carico del contribuente, ma la privatizzazione dei beni pubblici e l’incremento del risparmio italiano investito in debito statale.
16 AGO 20
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E’ sempre più chiaro che il contrasto politico attuale si traduce, dal punto di vista economico, nell’essere a favore di un’imposta patrimoniale, come elemento portante di un nuovo consociativismo, o nell’applicare le ricette di economia di libero mercato orientata alla crescita, suggerite dall’Unione europea, in cui le misure eventuali di finanza straordinaria riguardano non la privatizzazione del debito pubblico, a carico del contribuente, ma la privatizzazione dei beni pubblici e l’incremento del risparmio italiano investito in debito statale.
La nuova patrimoniale evocata da confindustriali, sindacalisti e finanche banchieri – simbolizzati da un ringhioso e virulento Luigi Abete – ricorda quella applicata da Giuliano Amato con un decreto dell’11 luglio del 1992, costituita da un prelievo straordinario del 6 per mille sui depositi bancari e del 3 per mille sugli immobili, sulla base delle rendite catastali rivalutate, che aprì la strada alla concertazione neocorporativa fra Confindustria e sindacati, ingessò i contratti di lavoro, snaturò la riforma delle pensioni, bloccò il processo di crescita del pil e fece aumentare la disoccupazione dal 10 al 12 per cento. La patrimoniale straordinaria sugli immobili si trasformò poi nell’Ici, l’imposta comunale sugli immobili. Alla sinistra, più o meno indignata, si offre la patrimoniale come mezzo per mantenere intatto il sistema neocorporativo con le sue strutture sociali e di rigidità contrattuali. In cambio i governi tecnici avrebbero mano libera per risolvere i problemi della finanza bancaria e delle vecchie famiglie imprenditoriali a spese delle classi intermedie e dei risparmiatori, che hanno investito negli immobili, nei depositi bancari e nei portafogli delle piccole rendite finanziarie.
Sull’altro versante c’è la politica pro crescita, quella consigliata dalla Banca d’Italia adesso governata da Ignazio Visco, dalla Bce ora presieduta da Mario Draghi e poi dall’Unione europea. Essa comporta un’accresciuta flessibilità del mercato del lavoro, per creare più occupazione e più sviluppo, l’aumento delle età di pensionamento per contenere la spesa e il deficit pubblico, le liberalizzazioni, le privatizzazioni per snellire lo stato, ridurre il debito e finanziare lo sviluppo con l’edilizia che si riattiva e la Borsa che si rialza. Così ai risparmiatori si toglie l’angoscia dalla patrimoniale che li rapina come straordinaria e poi diviene ordinaria. E’ ormai palese come l’astio verso la carica ancora potenzialmente dirompente e riformatrice del berlusconismo si declini ormai esclusivamente in una invocazione per la tassazione straordinaria dei capitali e delle proprietà mobiliari e immobiliari che accomuna capitalisti e sindacalisti.